Il derby

Ci sono dei momenti in cui il calcio ti dà in 90 minuti tutto quello che il resto della vita ti ha succhiato lasciandoti sul piatto tipo guscio di gamberone grigliato. Il caso di Milan-Palermo.

Non riesco neanche a trovare un precedente, tanto è il tempo che è passato da quando non stavo così serena per un’ora e mezza in generale nella vita, figuriamoci allo stadio a vedere il Milan post atomico degli ultimi anni. E lo so che il Palermo è già retrocesso. Ma dopo che ho visto — abbiamo visto, vi tiro in mezzo — Albertini e Weah provare a perforare il Napoli nel ’97/’98, abbiamo imparato che come nei film horror non c’è da fidarsi dei cadaveri che frollano aspettando di essere tumulati in B. Sai mai che una mano esca dalla terra per afferrarti.
Invece loro morti, encefalogramma piatto. Ci han lasciato giocare al punto che De Sciglio (De Sciglio!) si sparava le pose da scazzato con la stessa arroganza di van Basten-quando-giocava-scazzato, e a nessuno è venuta voglia di prendere una roncola e dargliela in testa, era tutto bellissimo lo stesso. I megaschermi ci hanno informato che giù in Calabria Falcinelli stava sistemando le Merde a dovere e tutto è filato di un liscio da non crederci. C’era pure un bel sole.
Giusto in macchina mi sono resa conto di tutti gli sbatti extra a venire. Che è tipico di noi donne. Se ci facciamo una bella scopata ci viene l’ansia del futuro: in questo caso, il derby.
Madonna santa. Pensare che un mese fa il derby è stato anticipato come una sfida dal quoziente bellico di cantanti contro autori per un Telethon a favore dei dislessici e invece — ooops — la posta si è alzata, e di tanto.

Devo confessare che io in quest’epoca di clickbaiting non mi ci trovo mica tanto bene. Quando vedo le così dette “star del web” scopiazzare senza menzione il lavoro di giovani artisti — di cui in Italia, sempre sul pezzo, parleremo giusto quando tireranno le cuoia — e far traffico più che pensare che sia il webetismo, mi viene in mente il segreto del successo di Little Tony. E quando si arriva alla vigilia del derby evito accuratamente di sottolineare l’ovvio e cioè che parlare dei trionfi del passato a ridosso della vigilia non è mica odiare le merde. Bisognerebbe ricordare non quando hai ringraziato Gesucri’ di averli messi al mondo, ma perché li odi. Come mai anche oggi, a distanza di anni, se sei all’Esselunga e incroci prodotti della Misura distogli istintivamente lo sguardo.

Roba tipo: il petardo a Dida, di cui si vantano pure; la menomazione di non tifare mai la nazionale fatta eccezione di quando l’Italia vince; come considerano San Siro casa loro quando in realtà sono degli inquilini neanche tanto graditi. E poi: il gol di braccio di Adriano. La punizione sgraffignata da Di Biagio.
Miseria, io me la ricordo ancora come se fosse ieri, così come ricordo la voglia di essere Godzilla per due ore e andarli a schiacciare casa per casa, macchina per macchina e poter dormire tranquilla contenta che giustizia fosse stata fatta.

Perché occhei che ormai giochiamo per i cinesi e siamo nostalgici a pensare il contrario e sicuro — SICURO — il mio è un atteggiamento astioso, guerrafondaio, retrogrado buono per il secolo scorso, ma — oh — parliamo di settimana dell’odio, eh, mica di Fuori Salone e Tesla e futuro-è-già-qui.
No, per dire.

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KalamandRay

La Calamandrei. Scrittrice casciavit e bòna.

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