Sassuolo-Milan: quant’è brutto il Mapei Stadium

Non sono mai stata in una trasferta di campionato del Milan. L’ho sempre considerata una roba “da uomini” o comunque “troppo sbatti”. Che è strano se penso a quando seguivo l’hip hop ed ero minorenne e senza macchina e mi avventuravo per l’Italia con degli amici per raggiungere Ancona, Lecce, Rimini, Torino, Roma, quando c’era una jam. Era pure peggio sbatti di una trasferta, perché si partiva a gruppetti di massimo sei persone, non si avevano treni speciali, le jam erano in locali in mezzo al niente e spesso finivi a fare l’autostop alle quattro di notte per tornare in una stazione dove ti saresti accucciato su una panca in attesa del primo regionale, oppure in una stazione di polizia di una frazione insignificante di Italia perché un tuo amico si era fatto beccare mentre faceva un drop o anche una tag del cazzo su un treno merci. C’è da dire che agli occhi degli sbirri la nostra unica colpa era portare i pantaloni larghi nei quali non frugavano mai. Neanche chiedevano i documenti a tutti. Si limitavano a guardarci perplessi come se fossimo capitati là col circo. Finiva quasi sempre con qualche battuta su «Sbirulino», «ma i tuoi non ti dicono niente», «se mio figlio/figlia si conciasse così» etc, poi ci lasciavano ai nostri ritorni impervi, e ce n’era sempre uno con l’animo artistico che ci congedava con «a me piacciono pure i murales ma le scritte no». Neanche fossimo tutti una setta di adoratori di un credo, tipo le bestie di Satana senza Satana.

Tornando alle trasferte: forse è proprio per queste avventure che quando mi proposero le prime trasferte milaniste, declinai Firenze con gentilezza, feci la vaga su Bologna, non risposi per qualcosa che ora non ricordo, ma forse era Catania, e poi dissi chiaro e tondo che col cazzo che sarei mai salita su un pullman pieno di ultrà fattoni per andare a Gelsenkirken a vedere Shalke 04-Milan.
«Ma di che hai paura? I pullman non li controllano. Se caricano te ti infili in un kebabbaro tranquilla e poi torniamo a prenderti».
Dopo anni, l’abitudine di chiedermi se andavo a vedere il Milan non è passata, e domenica li ho seguiti a Reggio. Ha aiutato che il programma era non-sbatti per definizione. Macchina, pranzo a ristorante tipico, poi partita, poi casa. Fidanzata, pure. Non so se avete presente la zona, ma immaginate i capannoni delle fabbriche che si stendono bassi e monotoni, alzateli a quattro tribune, metteteci un bar che pare l’uditorio di San Vittore e dove vendono solo analcolici ed ecco il Mapei, la nostra ex bestia nera. Insomma, pare finto quanto è brutto ed è brutto perché è finto e passeggero quanto la scuola media.
Entrando ho pensato «di fatto è la mia prima volta, e io le prime non le perdo mai».

Mi sono seduta dietro a tre personaggi ottimi un trio di specialisti dal vivo — un forse padre con due figli adolescenti, o forse un figlio o un amico, o forse solo tre tizi che il Milan lo seguono insieme. Il “papà” analizzava la partita ad occhio nudo, alla vecchia. I due figli fornivano video e regolamenti per verifiche e verdetti via smartphone. Per di più avevano il sole in faccia ed erano «saliti» da chi sa dove col pullman. Ho guardato le mani del signore ed erano mani di uno che si fa il culo.
Appena in macchina la radio ha fornito il resoconto, ed al trio degli sconosciuti, degli episodi gli era giusto sfuggito quello invisibile a velocità normale.
Alla fine abbiamo espugnato il Mapei Stadium e lo abbiam lasciato con addosso una domanda metafisica di peso notevole: avremmo dovuto perdere 3-0, 2-0, ai rigori (secondo regolamento e moviola), perché ci ritroviamo una difesa che si muove a cazzo di cane, contro una squadra il cui attacco ha comunque ottenuto giusto l’effetto di spettinarci il portiere — mentre il loro, di portiere, ha fatto un mezzo miracolo? Sarebbe stato giusto?
E chi lo sa.

È un po’ come chiedersi se Romeo e Giulietta avessero avuto il cellulare, e se lo avessero avuto ai tempi dello schermo verdino e sms a pagamento, oppure ai tempi di Whatsapp — nel secondo caso neanche sarebbero arrivati a scopare una singola volta, anzi, si sarebbero ammazzati a vicenda.
Se decidete per la versione metafisica — che poi è l’unica perché tolta l’impotenza disperata di Bacca, Deulofeu della provvidenza (è bello vederlo stoppare la palla com’è giusto che sia e non come se avesse l’olio sugli scarpini), per poco non abbiam rischiato di raddoppiare con Zapata. Avete sentito bene. Za-pa-ta.
In conclusione ha ragione Vincenzino che veleggia nei paradossi dall’estate scorsa con un aplomb invidiabile tipico o della roccia, o della pre-crisi depressiva post gestionale, riuscendo, qualunque sia il caso, a telegrafare serenità e senza sembrare un prete un po’ pedofilo.

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KalamandRay

La Calamandrei. Scrittrice casciavit e bòna.

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