Milan-Merde, che fregatura

È finita con me che chiedevo al mio amico: «Ferma la macchina, mi viene da vomitare» e non si è trattato di un modo di dire. A dirla tutta, mi veniva da vomitare da giovedì pomeriggio, quando a furia di vedere 2-3, 3-0, ho iniziato a pensare che forse, ma forse, ci stavamo buttando la rogna addosso, proprio come solo tre categorie calcistiche sanno fare:
Le Merde.
Gli Olandesi.
Evaristo Beccalossi.

Il disagio è aumentato quando ho letto di Sneijder e delle sue dichiarazioni d’amore. Ora, ho già raccontato che vedere quel quattro a zero sotto la curva Nord in primo verde a farmi tirare addosso di tutto mentre pensavo che quello era l’anno loro è ben piazzato fra i momenti peggiori della mia vita, e sì, c’è anche il tacco di Palacio. Ma la dichiarazione di Sneijder mi ha buttato ombra addosso come quando ti fa la corte uno che non sta passando un bel momento — ed è ridotto ad uno psicotico per motivi con cui non hai a che fare — e tu avverti che dietro alle frasi esca dove pare adorarti, nella sua mente, oltre a volerti protagonista del suo filmino hardcore personale in cui ti fa l’impronunciabile, sei anche la traviata di un film post neorealista la cui trama ti vede finire a battere sui moli di un paese sudamericano in cambio di vecchi gettoni della Stipel che usi per comprarti della colla da sniffare, solo perché non te la senti di dargliela. E Abatantuono ha riassunto benissimo il concetto che girava per la mente di tutti: «Essere svantaggiati nei derby è un vantaggio».

Di pioggia ne ho presa tanta perché abbiamo aspettato due ore amici che vanno in arancio rimasti bloccati tra lilla e rossa al baretto, e il baretto al derby è zeppo di Merde, e i primi due che ti stritolano o sorridono ancora li sopporti, ma poi c’era una calca da Coccoricò sotto le cubiste e abbiam deciso di spostarci vicino allo strapisciato murales “Ila sei mia” tra Nord e Sud. Un lumino mi si è acceso sentendo i commenti alla coreografia. Che poi sono stati, almeno nel mio settore, un gran silenzio sgomento e qualche «se non se ne va giuro che questa è l’ultima volta che vengo». Già sentita sta frase. Almeno non sono la sola che lo pensa. Abbracciamoci, dai.

Grazie alla gran furbata di far indossare ad entrambe le squadre divise dal dorso nero il primo tempo mi sono ridotta a guardare solo i pantaloncini. E ai punti davo merito a quelli bianchi. I nostri sentivano la pressione addosso e a volte non erano davvero convinti su cosa cavolo fare. Vedevo Locatelli dire a Donnarumma di passarla corta, una, due volte e, boh, ho letto opinioni discordanti, ma alla fine questo ci ha salvato dal farci massacrare. Sul Milan non cambio opinione. Sono ragazzi forse un po’ troppo drammatici, cresciuti a reality e “Maria chiudi la busta”, ma corrono, e io, non solo per la classifica, gli voglio bene, cosa che non capitava dal 2012. Però ci credono come ci credi da cucciolo. E sono contagiosi quanto i cuccioli. Stavo andando in bagno, mi sono fermata a guardare l’ennesimo rischio, ho visto Bonaventura ripartire sedendomi sugli scalini e da lì Suso che ha messo il primo, nel nostro momento peggiore. Torno indietro saltando addosso al mio compagno di stadio e tipo stage diving e non tocco terra, e poi vado in bagno fra gli applausi. Al gol di Candreva non è che reagisca malissimo, perché sembriamo capaci di tutto. Infatti Suso la rimette.
Prendiamo il pari proprio quel non saper gestire la partita e andare come dei fessi addosso ad Handanovic. Ti poteva capitare in altre occasioni, ed è successo contro le Merde. Dopo aver pensato tutta la settimana di perdere, dopo una partita simile, è stata la peggior fregatura.

E mentre scendevo dalla macchina barcollando, con la fronte bollente e quella sensazione che solo covare l’influenza del secolo ti riesce a regalare, appoggiandomi ai cancelli delle traverse di Viale Caprilli, pulendomi con le foglie bagnate prima di risalire in macchina per una, due e tre volte, e con il mio amico mi diceva «Dai che siamo a casa» mi è venuto in mente il padre di un amico interista dei tempi del liceo, uno che chiedeva agli amici del figlio perché non salivano mai a Lugano a mangiare del pesce persico, soluzione a tutti i problemi della vita. Ho pensato che è strano che un bauscia dia del bauscia a dei bauscia. Perché oh, al di là di tutto, che ormai sembra l’ultima volta, voi gli dareste mai del casciavit?
È pure tornato il sei di Baresi a sventolare e non se l’è cagato nessuno.
derby-bandiera-baresi

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KalamandRay

La Calamandrei. Scrittrice casciavit e bòna.

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