Nebbia e fantasmi

C’è stato un momento appena dopo il loro gol in fuorigioco in cui si è alzata quell’umidità particolare che giassai che esci e trovi il parabrezza della Vespa color latte, e anche se ci passi lo straccetto davanti e dietro e il vento fa sbiadire la condensa, vedrai male come se ci avessero passato sopra sborra di alieno. E non importa se sei coperto da giacche sciarpe e tucani, tornerai a casa con il freddo fin dentro le ossa e la pelle che scotta come se avessi la febbre. Se ancora non lo sai, lo stai per imparare. Alla meglio è scighera, alla peggio è nebbione da non vederci un cazzo di niente. Fino a quel momento era una bella domenica non calda ma tiepida, da maglione insomma, e nonostante il Pescara fosse in campo più di noi, non sembrava ci fosse da preoccuparsi.
Mentre infilavo il giaccone e facevo queste considerazioni da vecchia al balcone, dalle terrazze del secondo arancio — il mio compagno del blu era via, sono andata con altri amici abbonati — ho visto Montella allargare le braccia, scuotere la testa e abbandonare il bordocampo per andare a conferire con il suo secondo. Come se non sapesse che pesci pigliare. Al di là delle prestazioni dei singoli, la trovo una partita strana da giudicare. Sarà che come ci ha ricordato annunciatore di San Siro eravamo alla vigilia di Halloween e un sacco di vecchi fantasmi si aggiravano in campo.

Con Paletta fuori ai domiciliari, Kucka messo a saltare il giro alla Suso e, come Suso, rimesso giusto in tempo per tentare di tenere il campo, i titolari in partenza sono stati Gomez e Sosa. Il primo, nonostante nessuno ci avrebbe scommesso un euro, se la cava, su Sosa ho una cosa da dire: l’ultima volta che ha giocato titolare a San Siro ero al mio solito posto in primo blu, e l’ho guardato in faccia. Aveva la stessa espressione di Torres quando si scaldava. Ora: oggi sappiamo che negli occhi del Nino c’era una gran voglia — comprensibile — di evadere dal Milan di Inzaghi e di tornare a Madrid in memoria del nonno colchonero con cui ascoltava le partite dell’Atleti. Per Sosa possiamo dire che avrà i suoi motivi, ma che sia a disagio è evidente. Alla fine Vincè decide, rimette Kucka per Sosa, prova un buon Pasalic — che ricorda un sacco Van Ginkel, ma dal Chelsea tutti uguali ce li mandano? — che sfiora il tiro in porta. Locatelli ogni partita va di Amarcord che è un piacere, lui, che è figlio dei nostri poster adolescemenziali, e dopo Seedorf e Kakà si traveste da Ambrosini. De Sciglio mi ricorda che Allegri in un post Juve-Milan gli aveva detto «non ti preoccupare, ti porto via da qua», e lui gli aveva regalato uno dei suoi pochissimi sorrisi, neanche Holly quando Roberto gli diceva «ti porto in Brasile». Per me quando perde palla da rincoglionito, a quello pensa. Descì, sveglia. Qua stai. Qua.

Un’ultima considerazione la spendo per Bacca. Per come l’ho capito io, è uno che perde lucidità sottoporta se deve partire dal centro campo, in più dev’essere quel genere di attaccante che se non mette la spunta verde sulla partita, se non segna insomma, ci mette la croce nera. Se continua a dover giocare così ce lo ritroviamo tra due mesi a) rotto b) dopo essersi incazzato come una iena, depresso.
Ripeto, difficile giudicare questa partita. Prendiamo il Pescara di Oddo, che non demerita, ma se segna due gol in fuorigioco e in entrambi l’arbitro AVEVA IL BRACCIO IN PIEDI — la capiremo in due, questa — e noi abbiamo un portiere coi controcazzi per la prima volta da Dida prima dei petardi sarà mica colpa nostra. Quando al secondo fuorigioco qualcuno gli ha urlato «Seduti merde», mi è un po’ spiaciuto per loro, ho pensato a che razza di domenica, salir su con i terremoti, vedere la tua squadra che ci fa cagare in mano fino all’ultimo dei 7 minuti di recupero, poi torni a casa con il nebbione e il freddo dentro che solo quell’umidità è capace di darti, oltre alla sfiga che hai avuto fino ad adesso, dev’essere proprio brutto.
Per quanto riguarda noi, mi piacerebbe sapere se Vincenzo ha qualche idea in più. Non sono un allenatore, ma credo che domenica abbiam perso palla in tutte le zone dove perderla è da errore rosso, poi ci siamo messi in dieci dietro la linea e abbiam respinto.
Con la buona pace dei tre punti e del già detto: squadra giovane e inesperta, panchina corta, meglio qualche fantasma e qualche spavento che gli zombie degli anni passati, c’è Mati Fernandez in arrivo, il passaggio di proprietà, occhei. Ma queste manovre sono rischiose oltre che uno sbattimento assurdo. Ci credo che i giocatori a fine gara non sorridono.

Menzione a parte per Jack che da buon marchigiano di Marca, dedica il gol alla regione più tosta che ci sia, dove fanno la pasta col pane vecchio e di necessità virtù. Mi immagino Pasqua a casa sua, con i nonni che parlano mezzo toscano e la tavola piena di fritti e taglieri di formaggi e salumi. Credo della sua zona sia tipico “Io le toccai i capelli”, una canzone d’osteria, il cui testo fa più o meno così: “Io le toccai la coscia, lei mi disse con angoscia, va più in là che te sem’moscia, oooooh, Amor se mi vuoi bene, più là tu devi andà”.
Ci tengo a chiudere con un pensiero rivolto a quelli che si rallegrano che comunque vada a noi alle merde va peggio. Ma sono cose che dobbiamo dire prima di un derby? No ragazzi, no. Sono cose che direbbero loro.

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KalamandRay

La Calamandrei. Scrittrice casciavit e bòna.

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