Il capitano e il nato il giorno del derby

Parto dal fondo, dall’ultima considerazione che ho fatto a freddo.

Non avrei mai creduto di dirlo, in questi anni l’ho insultato come un nemico, l’epiteto più carino che gli ho affibbiato è stato segretario vaticano busone e ho pure detto che allo studio facce della Pasticceria Gattullo non l’avrebbero fatto passare neanche per una pisciata veloce. E fino a domenica è stato così. Poi Montolivo ha fatto la prima cosa da Capitano del Milan che gli abbia mai visto fare: è uscito di scena dopo i fischi, veloce, senza drammi, lasciando il campo a uno che è stato messo a studiare per fargli da alternativa, e da dove ero seduta io non ho visto se è andato a farsi la doccia o meno, ma era in campo dopo il fischio finale, ed è stato zitto. Fosse per me in rossonero non sarebbe mai venuto ma credo che contro il Sassuolo, per paradosso, togliendosi la fascia se la sia messa al braccio, stavolta con merito, e spero che con il gioco lo confermerà. Mi aspetto roghi e forconi per questa affermazione, e nel caso vi rispondo che non me ne frega niente se pensate che mi manchi qualche rotella, o non ci capisca una sega di calcio. Venite a ripopolare San Siro, piuttosto. Pian piano comincia a riempirsi, ma ancora non ci siamo. Per dire, a fine mese arrivano i gobbi, e l’ultima volta erano più loro che noi. Incombe la  minaccia di un trasloco verso un nuovo stadio, magari firmato da Novembre e fatto con il Lego. Far vedere che staremmo comodi anche in uno stanzone da cinquanta posti non è proprio la mossa più furba per scongiurare la cosa. Che poi un’altro motivo valido per venire ci sarebbe, e Milan-Sassuolo è l’esempio perfetto.

Anche prima del pareggio dei Mapei sembrava la solita decadance il solito incontro con il Sassuolo. Un tempo neanche troppo lontano la nostra bestia nera era il Barca, che in casa non passava facile. Di questi tempi, invece siamo arrivati a temere dei parvenu che a differenza nostra, investono regolarmente. Dicono che il calcio distragga dai veri problemi. Ma magari! Domenica, fino a quella sporca in motorino di Niang che ha causato il rigore che non c’era, ero nei problemi fino al collo. I miei problemi, i problemi del Milan, i problemi dell’Italia intera. Lasciam stare i miei, finiremmo tra due anni, ma da quel retro passaggio imbecille di Abate al solito pensiero nostalgico di Pancaro-ultimo-cristiano-decente-sulla-fascia, è bastato un battito di ciglia. Dai led a bordocampo, su cui lampeggiavano i distici elegiaci al Pres ex Pres del Cons, fino al pensiero funereo di dover votare il referendum il 4 dicembre, molto meno. Ci pensavo da quella mattina. E visto che gli intellettuali italiani pensano più al diritto sacrosanto della Ferrante di difendere la sua privacy, ve lo dico io: quel referendum è un trappolone, uno scacco matto, sceglieremo solo se morire col gas o con il colpo di pistola alla tempia. Qualunque cosa vinca, abbiamo perso. E anche se l’impressione generale è che a Silvio si siano celebrate in anticipo le esequie, a me sono parse il condono di anni e anni di porcate. Cedo all’amnistia per knock out, e riconosco al vecchio che partorirsi platonicamente – ovvero farsi da soli – più di  tre volte non è roba da poco, ma a me un po’ fa incazzare che alla fine abbia vinto il suo sistema. Posso?

Al di là della penna tagliente e i pensieri cupi, sono una persona molto gentile, sono educata, sorrido molto, soprattutto con chi mi serve da bere. La cassiera del bar del primo anello e il tipo che spilla le birre si sono accorti della piva e mi hanno chiesto cosa avevo. «Litigato con il fidanzato?». No. Il Milan perde con il Sassuolo e io perdo con il mio cervello. Non mi sono neanche tanto ripresa a vedere i riti scaramantici di Gigio al suo ingresso in porta per il secondo tempo e al rigore, che mi piacciono tanto. C’è voluto Locatelli, il tiro in porta dal limite come non capitava dai tempi di Ambrosini e Seedorf, la palla che resta bassa, la rete si gonfia e lui corre sul campo minato battendosi la testa per svegliarsi dal sogno ad occhi aperti. Dopo aver esultato, applaudito e scandito il suo cognome, mi viene in mente che quel ragazzetto è nato a Lecco nel gennaio del 1998. All’improvviso mi rivedo quindicenne sul divano di pelle della sala da pranzo a casa dei miei, a guardare una partita da sola, con mia mamma che mi insultava dal suo studio «Se ti interroga in Greco domani gli rispondi che hai visto il Milan?». Considerato che quello è stato l’anno migliore di tutta la mia disgraziata carriera scolastica, avrei potuto. Facevo i compiti, venni promossa con la media del sette e le prof di Greco e Latino Italiano mi adoravano. Mi permettevo molte libertà –- tra cui scrivere un tema in classe assolutamente fuori di testa in cui parlavo di sesso altrui droga e tecno ad un rave al Bulk, a cui la Prof di Italiano reagì con estasi, premiandolo con un nove tondo più menzione al Preside, stroncando così per sempre la Bukowsky che c’era in me. Il Milan, a differenza mia, pagò i suoi orrori e arrivò undicesimo a trenta punti dai Gobbi e ventinove dalle Merde. Una delle poche note liete di quell’anno bucato fu un derby di Coppa Italia vinto 5 a 0. Controllo la memoria sull’iphone e Manolito Locatelli è nato proprio l’8 gennaio 1998 –- Albertini, Ganz, Savicevic, autogol di Colonnese, e Nilsen. Ve lo ricordavate? Non dico il derby, Baywatch Nilsen. Che si infortunò, pure.
Chissà se qualcuno gliel’ha mai detto, a Locatelli. Non di Nilsen, ma che è nato in un anno brutto sotto una buona stella.

Al gol di Paletta che ci fa vincere –- bravo Palettone, uno dei pochi a salvarsi nel disastro contro l’Udinese, giusta la consacrazione, e mucchela prenderlo per il culo per i capelli, Cambiasso i primi tempi pareva pettinato come il cazzo del dottor Ogekuri nell’Hentai la Clinica dell’amore — lo sconosciuto alla mia destra mi abbraccia e solleva di peso. Non capitava da un po’ in una partita di terza fascia di avere qualcuno alla mia destra. Mi ero abituata ad avere il compagno di stadio alla sinistra e alla mia destra, solo la borsa e la giacca. Insomma, è stato bello vedere che dopo quattro-cinque anni la nostra squadra torna ad avere un’anima fatta in casa, il trio tenerezza Donnarumma, Calabria e Locatelli, di 17, 20 e 18 anni. Al di là della tenerezza, c’è un futuro a Milanello, se nessuno lo distrugge. E mi auguro di averci preso con Montolivo, in mezzo ai ragazzini uno con la patente ci vuole, soprattutto per il bene dei ragazzini.

Così è andata Milan-Sassuolo e la chiudo con un’osservazione che farebbe impallidire Pavese. Non è che io e gli altri fessi siam rimasti a seguire il Milan in casa perché ci tenevamo a raccontare ai posteri di esserci stati alla Milan-Cavese de noialtri. Anzi, parlo solo per me. Ci vado con lo stesso autismo di Forrest Gump con i cioccolatini. Non sai mai cosa capita. A volte, di rivedere l’alba.

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KalamandRay

La Calamandrei. Scrittrice casciavit e bòna.

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