Il trequartismo è uno stato mentale

Pensavo a questo pezzo da mesi. “L’elogio al trequartista” è una di quelle cose che mi ero imposto di scrivere. E, in effetti, essendo prepotente sostenitore del genere, poteva essere un pezzo nelle mie corde. Poi però mi sono reso conto che la scelta sulla strada da intraprendere per la sua stesura sarebbe stata più difficile del previsto: ne parlo tatticamente? O faccio un’analisi tecnica? Un pezzo descrittivo o tecnico?
Ero completamente nel pallone. E mi sono bloccato. Il pezzo non ha mai preso vita. Le idee sono rimaste lì nella mia testa, tutte insieme, mischiate tra loro come le decine di profumi diversi quando entri in una profumeria e non riesci a distinguere l’uno dall’altro.

Poi, l’altra sera, una ragazza totalmente scevra di interesse e di informazioni sul calcio mi ha chiesto di parlarle della mia passione per i trequartisti. Boom. Apriti cielo. Nella mia testa è scattato un “E adesso come faccio?” e ho iniziato a pormi il problema di come avrei potuto spiegarle ciò che provo alla visione di un trequartista su un campo di calcio.
Non avendo lei nemmeno le informazioni base del gioco del calcio, quelle che noi appassionati diamo per scontate come quelle di cultura generale imparate alle scuole elementari, mi sono trovato ad affrontare davvero un bel problema: come facevo a spiegarle perché mi piacciono i trequartisti se lei non sa nemmeno cosa sia un trequartista e a cosa serva? O chi sia e perché si chiami così.
Può sembrare una cavolata, ma sembrava un ostacolo insormontabile. Però non potevo deluderla, che figura ci avrei fatto? Uno che si professa tanto competente dell’argomento che non sa come spiegare a una persona totalmente priva di informazioni cosa sia – e perché sia così importante – un trequartista? Non potevo mollare. E mi ci sono messo di impegno.

Sono partito dalle basi. Tipo “diamo un contesto al trequartista”.
Ho fatto un respiro profondo e ho iniziato a parlare: «Partiamo dal nome, “trequartista”: volendo dividere il campo di calcio in 4 parti uguali e partendo a schierare i giocatori in campo dal primo quarto a sinistra, il cosiddetto “trequartista” sarà colui il quale verrà posizionato all’altezza del terzo quarto di campo, appena dietro gli attaccanti, sistemati sul quarto quarto. Ecco perché “trequartista”. La sua etimologia, però, è anche la sua più grande fonte di equivoci. Cerco di spiegarmi: non tutti i giocatori che giocano in quella zona di campo sono in realtà trequartisti, mentre altri giocatori che non giocano in quella zona di campo possono invece essere definiti trequartisti».

A questo punto lei mi ha guardato con una faccia tra lo sbigottito e lo stralunato. Pensava di aver capito all’inizio, ma poi l’ho rimandata nell’oblio della confusione.
«Il trequartismo – ho incalzato – dev’essere inteso proprio come un modo di vivere. Prescinde dalla posizione in cui si gioca sul terreno di gioco. Il nome è nato per descrivere una tipologia di giocatori più talentuosa di altre, con una grande capacità di servire l’ultimo passaggio agli attaccanti, il cui compito è segnare. Solitamente questo tipo di giocatori veniva sistemato in quella zona di campo e, di fatto, da lì deriva il nome, ma nel corso degli anni il concetto si è esteso e si è scisso dallo spazio e dal tempo: il trequartismo è diventato un’idea a sé, che parte dalla mente del giocatore e passa attraverso le sue giocate, a prescindere dalla zona occupata in campo. Il trequartismo è uno stato mentale».

Senza rendermene conto avevo appena dato la migliore definizione possibile di ciò che intendo io per trequartista. E lei iniziava ad avere lo sguardo vispo tipico delle persone che iniziano a capire il discorso. Allora ho continuato. «Prendi Zidane, Zinedine Zidane, quello della testata a Materazzi. Ecco, lui. Lui è IL trequartista. Tutti quelli venuti prima di lui erano anelli di congiunzione nell’evoluzione della specie, quelli dopo di lui sono “figli” suoi, simili, ma mai come l’originale.
E, purtroppo, non avremo più un altro Zidane. I trequartisti sono i panda del calcio, sono in via d’estinzione. Ed è colpa del calcio moderno, di questa ricerca spasmodica della perfezione fisica, dell’importanza che ha ottenuto la corsa rispetto alla tecnica di base, la velocità d’esecuzione rispetto all’eleganza, la ripetitività del gesto tecnico rispetto all’intelligenza della scelta di quel particolare gesto tecnico. Cristiano Ronaldo, ciò di più lontano che possa esistere rispetto alla filosofia del trequartismo, ha insegnato al mondo che il talento si può allenare, che certi risultati si possono ottenere portando il proprio fisico vicino alla perfezione scultorea e che la velocità d’esecuzione può sopperire a un’intelligenza calcistica modesta. Cristiano Ronaldo è l’esempio vivente di un calcio sempre meno poetico ed elegante, ma sempre più competitivo e fisico. Ma purtroppo per lui i numeri dei suoi record non resteranno nella memoria degli appassionati come una veronica o uno stop di petto di Zidane. Zidane era l’eleganza che si divertiva a giocare a calcio, era un cervello superiore che mostrava la sua applicazione su un calcio da gioco con la palla tra i piedi.
Vedi, tale Boskov – vecchio e compianto allenatore serbo – diceva una cosa molto giusta sui grandi calciatori: “grande giocatore vede autostrade dove altri vedono solo sentieri”. Ed è davvero così, il trequartista è colui il quale vede il gioco a un tempo e in uno spazio diverso dalla percezione umana, vede cose che altri non vedono, si rende conto di situazioni che non si sono ancora verificate ma che stanno per manifestarsi, prevede i movimenti degli avversari e gioca d’anticipo. Non punta sulla velocità d’esecuzione, non gli serve: lui si muove prima».

Prendo coraggio, faccio partire sul mio smartphone un video di dieci minuti di movimenti di Zidane. Voglio che capisca con i suoi occhi cosa intendo io per “eleganza”. Incredibilmente, però, si rivela un buco nell’acqua. Non capisce, non vede ciò che vedo io. Dopo tre minuti mi chiede di spegnerlo, dice che non le piace. In quei dieci secondi di profonda delusione successivi alle sue rimostranze mi viene l’illuminazione: è ovvio che non le piaccia, lei non ha il background che abbiamo noi, non conosce il calcio, probabilmente non ha mai visto una partita. Non sa, quindi, distinguere un giocatore elegante da uno non elegante. Si basa esclusivamente sul SUO concetto di eleganza, che è totalmente diverso da quello degli appassionati di calcio.
Cerco di spiegarmi: nella vita al di fuori del calcio, cosa potrebbe essere definito elegante? Un ballo di coppia? Un tango, magari? Ecco. Prendiamo un tango. Un movimento di coppia sincronizzato, in cui le due figure protagoniste si muovono allo stesso tempo e nello stesso spazio, riuscendo a fondere i loro corpi in uno solo, portando il concetto di ballo di coppia a quello di figura singola. Due figure complementari l’una all’altra: il massimo dell’eleganza e della sensualità.
Per forza non riusciva a vedere l’eleganza nel video di Zidane! Perché quel video è la rappresentazione di tutto il contrario descritto poco sopra: Zizou e il difensore compiono un ballo totalmente fuori sincro, disorganizzato e a volte goffo, ma non per colpa del difensore in ritardo, bensì per MERITO di Zidane, sempre in anticipo rispetto al tempo di gioco normalmente comprensibile. Ciò che noi vediamo come una poesia scritta con due piedi e un pallone per lei è semplicemente un ballo di coppia in cui uno dei due si muove a un tempo diverso.
Farle capire che la bellezza sta proprio nella sua anormalità, nella sua diversità, è il mio compito. Una diversità dovuta all’essere in anticipo, e non in ritardo, rispetto al corso naturale degli eventi. Una diversità frutto di un’intelligenza superiore, di una percezione dello spazio e del tempo diversa da ciò a cui siamo abituati. Ma ciò che ci appare diverso, finché non lo comprendiamo appieno, ci sembrerà sempre meno bello del convenzionale.

Zidane ha elevato il concetto di eleganza nel calcio a un livello che non sarà più replicabile. È il simbolo della mia idea di trequartismo. Il che non significa che non esistano o non siano esistiti altri giocatori in grado di chiamarsi trequartisti, sia ben chiaro, ma se dovessi scegliere una sola immagine per definire questa “corrente di pensiero” sceglierei un’immagine di Zidane palla al piede. Zizou non aveva un fisico da numero 10, o, meglio, non aveva un fisico da tipico numero 10 fin lì conosciuto. Alto, grosso, gambe slanciate e piedi lunghi. Totalmente diverso dai talentuosi giocatori dal baricentro basso e i piedi minuti come Roberto Baggio o Gianfranco Zola, per restare su nomi italiani. Ed era bello, bello da veder giocare. Ho provato a spiegarle anche questo.
«Vedi, il trequartista lo riconosci perché quando corre non si guarda la punta dei piedi per vedere dov’è la palla. Non ne ha bisogno. Lui sa esattamente dov’è la palla rispetto ai suoi piedi e rispetto alla sua corsa, quindi può permettersi di guardare in giro, cercando di capire dove un suo compagno si libererà o da che parte un avversario vorrà intervenire per sottrargli la palla. E Zidane era maestro in questo: correva senza guardare mai per terra, il che, unito a un’intelligenza fuori dall’ordinario, gli permetteva di muoversi con quell’anticipo tale dal non farsi rubare palla nonostante non fosse un primatista nella velocità d’esecuzione. Zidane non aveva bisogno di battere in velocità l’avversario, lo batteva sul tempo della giocata. La faceva prima. Punto. Prima che il difensore l’avesse anche soltanto pensata. Tutto questo, unito a una meravigliosa sensibilità dei piedi, portava il gioco del calcio a un livello di bellezza ed eleganza mai raggiunti prima. E nemmeno dopo».

«Sì, ma… Gourcuff?». Sono tornato sulla terra, dopo essermi perso dentro questo viaggio chiamato trequartismo. Eh… e Gourcuff? La sua domanda era lecita, la mia risposta non così scontata.
Ho provato a difendermi. «Beh, Yoann Gourcuff è un trequartista che quando aveva vent’anni ha giocato al Milan e io me ne sono semplicemente innamorato. Ora gioca in Francia e…»
«Sì, va bene. Ma perché lui? Perché Yoann Gourcuff?» – ha capito che mi stavo mettendo sulla difensiva e ha provato a tirar giù il muro – «Cos’ha di così speciale per te? Mi hai parlato solo di Zidane».
E come darle torto? Era vero. «Yoann Gourcuff è stato l’unico, secondo la mia opinione, che ha replicato la perfezione stilistica di Zidane. Il problema è che l’ha fatto soltanto per due anni in maniera continuativa. Per il resto della sua carriera in modo molto sporadico. Ma nonostante questo in lui ho visto cose che avevo visto solo in Zizou. L’eleganza di cui ti ho parlato prima, la bellezza nei movimenti, quella capacità di muoversi sempre in anticipo rispetto agli avversari, l’intelligenza calcistica fuori dal comune. Ecco, lui ce le aveva. Non che ora le abbia perse, ma sicuramente ha perso stima in se stesso e fa fatica a ritrovarsi. E, sì, ne sono innamorato perché confido che torni a essere quello che ha dimostrato di essere in quei due anni. È la mia ancora di salvezza, la speranza che il trequartismo – per come lo intendo io – non sia giunto al capolinea. Nel panorama internazionale non vedo altri giocatori con queste caratteristiche, i ventenni di adesso sono cresciuti con l’esempio di Cristiano Ronaldo, non di Zinedine Zidane. Esplodesse definitivamente Gourcuff, invece, ci sarebbe ancora una speranza, una possibilità che un ragazzino prenda lui come esempio e che salvi la “specie”».

Ha iniziato a guardarmi con tenerezza. Come quella che si può provare per un animalista affranto per la sempre più rapida scomparsa dei panda.
Tornato a casa ho scritto per lei una frase che recita “sei bella come la Boba di Andres D’Alessandro”, ma lei non lo sa. Non credo nemmeno l’abbia letta. E se l’ha fatto, non è riuscita a capirne il senso.
Andres D’Alessandro è un trequartista argentino, ormai sul finire della carriera. Ma negli ultimi vent’anni ha incantato i tifosi della maggior parte degli stadi del Sud America. Nel suo modo di stare in campo ha proposto centinaia di volte una giocata – una sorta di finta che serve per saltare il difensore avversario – che è stata soprannominata la “Boba”.
La “Boba” è meravigliosa. Bella nella sua semplicità. La conoscono tutti e tutti pensano di poterla evitare, ma alla fine tutti ci cascano. È un movimento basilare, ma sfrutta la diversa concezione del tempo e dello spazio che Andres D’Alessandro ha rispetto ai suoi avversari. Lui accarezza la palla con la suola del piede sinistro e se la porta indietro. A un certo punto con la punta della scarpa – con un movimento impercettibile – ferma la rotazione del pallone mentre continua a portare indietro il piede attirando, quindi, l’attenzione su quest’ultimo. In quella frazione di secondo in cui il difensore allunga la gamba cercando il pallone vicino al piede di D’Alessandro, lui si è già mosso in direzione opposta e gliel’ha fatto passare tra le gambe, andando via con la palla e lasciando l’avversario lì, fermo, a maledirsi per esserci cascato come tutti gli altri. È semplice, ma tremendamente efficace. E in quel movimento c’è tutta l’essenza dell’essere trequartista: non serve essere più veloce, più agile o più fisicamente preparato degli avversari, è la mente che comanda il gioco e non viceversa.
Il calcio, checché se ne pensi o se ne dica, è un gioco di testa e non di piedi. Di emozioni, di fantasia, di intelligenza. E il trequartista ne è la vera essenza. Il suo spirito guida. Perché il trequartismo non è una posizione sul campo o un numero su una maglia, il trequartismo è uno stato mentale.

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frailmari

Trequartista nella vita. Si è ritrovato in panchina perché dio usa il 4-3-3. #Gourcuffer | #staymezzapunta | #slidismo
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Comments

  1. Ho sempre pensato al trequartista, al numero 10 come al giocatore per eccellenza. E’ per i trequartisti che mi sono innamorato del calcio, è per il numero 10 che ho voluto giocare a calcio.
    Gli altri si tengano pure gol, centravanti e statistiche, ho sempre preferito l’arte e la poesia alla matematica e alla prosa….

  2. p.s.: comunque D’Alessandro purtroppo sopravvalutato, e più eleganti di Zidane (altro sopravvalutato, grandissimo giocatore ma non del livello dei più grandi) me ne vengono in mente almeno 10 (anche se non tutti trequartisti).
    Il trequartista crack oggi sarebbe Lamela, che spaccherebbe il mondo in due come nuovo Kakà se solo qualcuno capisse che è un numero 10 e non un ala destra….

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