Sheva, come un tuono

“BASTA! BASTA!”
Mi giro, vedo il volto stravolto di mio zio. Le sue urla sono un misto di disperazione e richiesta, vana, d’aiuto. È triste, mio zio. Forse peggio: è rassegnato. La rassegnazione, nel cuore di uomo, credo sia il peggiore dei sentimenti che si possa provare. È alzare bandiera bianca, darsi sconfitti, comprendere in quel preciso istante che di possibilità di rialzarti non ne hai più. La tristezza, la rabbia, l’odio, per quanto brutti e per quanto forti e strazianti, non sono la stessa cosa. Ti lasciano una porta aperta. Una speranza.
Ma questa sera mio zio ha il volto di tutti gli interisti che stanno guardando la partita come noi e nel cuore ha solo rassegnazione: siamo a San Siro e Andriy Shevchenko ha appena fatto gol.

È il 5 ottobre 2003 ed è la mia prima “vera” volta a San Siro, se tralasciamo tutte le volte che un padre incosciente ha portato suo figlio di quattro anni a vedere di il Milan di Sacchi. Ma non contano, non ne ho memoria. Questa è la mia prima volta, e sono qua, a San Siro, in tribuna rossa col mio zio interista e a dieci metri da me c’è il mio idolo Sheva che festeggia il gol del 3-0 abbracciando Rui Costa. La vita è una cosa meravigliosa.

Erano tempi belli, quelli di quel Sheva e di quel Milan. I derby, per noi, erano territorio di conquista. Il “BASTA! BASTA!” di mio zio era la somma di risultati delle partite degli ultimi anni: il 6-0 e il 4-2 del 2001, i due 1-0 in campionato nel 2002/2003, i derby di Champions, noi che l’alziamo a Manchester e poi questo. 3-1 e tutti a casa. Di nuovo, come sempre.
Noi realizzavamo i loro sogni, ma apparivamo nei loro incubi.

E io, mente fresca e tifo a livelli testosteronici altissimi tipico dei non ancora ventenni, era nel cosiddetto brodo di giuggiole. Il ciclo di Ancelotti era nel suo pieno svolgimento e quel campionato, tra le altre cose, l’avremmo dominato con Shevchenko, manco a dirlo, capocannoniere.

Di Shevchenko me ne sono innamorato ancora prima che arrivasse, nel 1999. Non avevo ancora quindici anni, il Milan arrivava da due stagioni pessime tra Tabarez, Sacchi, Blomqvist, Smoje, Reiziger, Kluivert e Capello e si stava rialzando con Zaccheroni. Lui arava i campi di Champions League e se ne parlava un gran bene, anche se non è che l’avessi mai visto giocare per davvero. Quando arrivò l’annuncio del suo acquisto, ricordo di aver riposto in lui tutte le speranze di trovare un valido avversario per quel Ronaldo che in maglia nerazzurra sembrava un lampo su tutti i campi di Serie A.
Ma quello che abbiamo visto con il numero 7 rossonero non è stato un lampo, amici miei, no: Sheva è stato come un tuono.

Magro, veloce, agile, ma al tempo stesso fisicamente devastante, forte di testa, di destro e di sinistro. Capace di segnare da fuori, di rapina, di classe o dribblando tutti. Egoista al punto giusto, ma sufficientemente altruista per saper giocare con la squadra, nonché dotato di un’intelligenza tattica sopraffina che l’ha fatto rendere al meglio con qualsiasi partner abbia avuto in attacco. Una macchina da gol, con negli occhi il sacro fuoco del dio del calcio, il fuoco di chi vuole vincere a sa che lo farà.

Non era abbagliante, non era sinuoso come Ronaldo, non faceva doppi passi né elastici. Ma quando caricava il tiro e impattava la palla dovevi solo metterti lì con l’orecchio teso ad aspettare: il tuono che avresti sentito da lì a poco sarebbe stato il boato di San Siro.

Auguri Sheva. Sarai per sempre il nostro 7uono.

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frailmari

Trequartista nella vita. Si è ritrovato in panchina perché dio usa il 4-3-3. #Gourcuffer | #staymezzapunta | #slidismo
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