Manchester 2003 – La gloria eterna al Teatro dei Sogni

La stanza è buia.
Sai che novità alle quattro del mattino.
Quello sinceramente non so come faccia a dormire.
Certo, mancano due giorni. Però sai…
Penso a casa che è lontana. Mi tranquillizzo. Non mi accorgo nemmeno di addormentarmi di nuovo.

La vigilia trascorre lenta.
Troppo lenta.
Inesorabilmente lenta.
Vorrei invece passasse di corsa. Vorrei che tutto questo finisse il prima possibile. Quello lì è la persona più calma del globo e non so come faccia. L’altro ride e scherza. Quell’altro ancora ancora un po’ e ci rimane secco di crepacuore.
La giornata procede. Lenta. Facciamo quel che dobbiamo fare. E mi ritrovo di nuovo nella stanza, ancora una volta buia, ancora una volta alle quattro di notte.
E ripenso a casa che è lontana e ai miei amici che son qui vicino, qui con me. 
Questa volta non funziona.
La storia è domani, e il sonno non arriverà mai.

È il giorno.
Vedo i miei amici e capisco che al di là di un paio di quelli che sembrano non provare mai sentimenti (ma come diavolo fanno?!), la situazione è la stessa.
Ore dormite, poche o nessuna.
Tensione, a livelli di allerta.
Mi sento il cuore esplodere e mancano ancora ore e ore alla partita. Saranno altre ore interminabili e inesorabili. Già lo so.
In gruppo ci muoviamo. Sappiamo come sarà. Ce l’hanno detto.
Guardo gli occhi di chi ci è già passato mille volte ma non trovo la sicurezza quasi arrogante che trovavo solitamente. Non questa volta. Questa volta è diversa.
Provo a stemperare la tensione e provo a chiacchierare. Uscita a vuoto.
Ascolto un po’ della mia musica per volare idealmente verso casa. Casa è lontana, mi aiuterà.
Uscita a vuoto anche qui.
Sono prigioniero dei miei pensieri.
Troppo giovane per aver la pellaccia dura e troppo vecchio per vivere tutto come un gioco.
Finalmente arriviamo.
È quasi l’ora. Iniziamo a prepararci.
E speriamo in bene.

L’atmosfera è incredibile. La tensione si taglia con un coltello.
Non si ride più. Non si scherza più. Non adesso.
Gli occhi persi nel vuoto, a guardare questo catino di persone che sembra enorme.
Sento il profumo dell’erba tagliata di recente. È assurdo quanto mi piaccia l’odore del calcio.
Ci siamo. Ci siamo tutti.
La concentrazione è massima. Poche parole, ma decise.
Si parte.

Sono seduto lì.
Dannazione, perché sono seduto?
Non riesco a stare seduto. Vorrei alzarmi e stemperare la tensione. Almeno passerebbe, ne son certo.
Ma devo stare seduto. Devo stare calmo.
Non è come le altre volte. Si avverte. Si sente. Si vede.

I minuti passano lenti. Guardo gli altri attorno a me. Non una parola, silenzio irreale.
Solo qualche urlo di protesta ogni tanto, ma nemmeno troppo convinto. La tensione ci blocca le corde vocali.
Ma come fanno quelli che ci sono già passati? Come?
Per me è la prima volta e non so più dove reggermi.

Ma eccolo. Il brusio diventa rumore, il rumore boato. Ha segnato Sheva. Dio, ha segnato Sheva.
Impazziamo. Saltiamo da tutte le parti, ci abbracciamo. Ci strattoniamo. La gioia esplode.
La gioia si strozza in gola. Ci avvertono che l’hanno annullato.
Ma perché? Per cosa? Fuorigioco? Ma va. Ma è ingiusto.
Ci ricomponiamo, ma con un’altra testa. La sensazione è diversa.
Ci guardiamo. Ci siamo. Siamo qua. Siamo vivi. Siamo forti.

La Juventus ci incuteva timore. Ha già vinto il campionato, ha battuto il grande Real in semifinale.
Ma noi ci siamo arrivati con le unghie, fin qua. Siamo passati dal minuto 93 di Milan-Ajax, siamo passati dal derby con l’Inter in semifinale.
Non ci ricapiterà più un’occasione così. Negli occhi abbiamo la voglia di fare la storia. E la faremo.

Traversa di Conte. Mi scoppia il cuore.
Che rischio. Che rischio, cavolo.
Ho stretto così tanto la mano su quello di fianco a me ché gli stavo strappando la maglia.
Si sono riassestati. In campo siamo pari.
La paura di perderla sta iniziando a prevalere sulla voglia di vincerla.

Ci siamo. È ora.
Mi giro. Vedo i suoi occhi. Mi dice di stare tranquillo, di stare sereno.
Io gli faccio segno di sì con la testa, ma non riesco a dire una parola.
Sono teso, mi devo rilassare. Ma non ci riesco.
Sento dolore, non so se ce la faccio. Ma devo farcela. Devo arrivare alla fine.
Siamo arrivati fin qua, non posso mollare adesso.

Non mollo. Resisto.
Ci sono. Sono qua. Siamo qua.
Rigori.

Ansia. Chi li tira? Chi ha il coraggio? Chi se la sente?
E Dida? Quello lì sembra di pietra, non un’emozione, non un’espressione diversa.
È concentrato, è mentalmente nella partita. Pensa solo al pallone.
Siamo tutti abbracciati. Sono talmente teso che ogni tanto chiudo gli occhi.

Ne para tre. Tre. Mica uno. Tre. Trezeguet, Zalayeta e Montero.
Per noi hanno sbagliato Seedorf e Kaladze, ma tocca a Sheva.
E se segna è finita. Se segna siamo campioni.

Chiudo gli occhi. Mi ritrovo a pregare.
Sento il fischio. Li riapro giusto in tempo per vederlo iniziare a correre.
Calcia. È GOL. Gol, cazzo! Siamo campioni!
Campioni. Campioni.

Mi alzo, iniziamo a correre senza sapere esattamente dove.
Abbraccio tutti. Tutti. La gioia è indescrivibile.
C’è la sensazione di aver fatto qualcosa di davvero speciale. Di davvero irripetibile.

C’è Paolo che la alza. I coriandoli rossoneri.
Il Teatro dei Sogni di Manchester è una bolgia milanista.
Io alzo gli occhi al cielo, ringrazio chiunque e qualsiasi cosa ci sia lassù.
Piango.

Una telecamera mi passa vicino.
La guardo, sorrido. Sono la persona più felice del mondo.
Prendo la medaglia, me la metto in bocca.

Sono José Vítor Roque Júnior.
E sono campione d’Europa.
Roque Junior Manchester

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frailmari

Trequartista nella vita. Si è ritrovato in panchina perché dio usa il 4-3-3. #Gourcuffer | #staymezzapunta | #slidismo
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