Che Istanbul bruci all’inferno

È inutile mentire a noi stessi. Inutile.
Oggi, guardando il calendario sul vostro computer o sul vostro smartphone, quando vi siete resi conto di che giorno fosse, avete provato un malessere improvviso.
Oppure, come me, siete di quelli che ve lo ricordate appena svegli, che giorno sia oggi. Aprite gli occhi e il ricordo di questa data vi arriva subito addosso, schiacciandovi sotto il peso dei ricordi, delle lacrime, del dolore.
Oggi, amici milanisti, è il 25 maggio. E, esattamente dieci anni fa, si compiva la tragedia di Istanbul.

Non so esattamente perché abbia deciso di scriverne, chi mi conosce sa che con me si può parlare di tutto — ma proprio di tutto — tranne che di una cosa: Istanbul. Non mi va, mi sento a disagio, ci soffro ancora. È stata la sera più brutta della mia vita; se si può parlare d’altro perché fissarsi con quella partita? Ho sempre preferito evitare.
Eppure oggi sono qua a scriverne senza sapere esattamente il perché. Forse per provare a combattere contro ricordi che non avevo mai veramente affrontato e vedere l’effetto che fa.

Dopo il 25 maggio 2005 non ho parlato per due settimane. Non ho dormito per due settimane. Quelle poche volte che trovavo sollievo e mi si chiudevano gli occhi venivo di colpo svegliato dall’incubo di Shevchenko che tira la palla addosso a Dudek, quel figlio di una buona donna. Che dio l’abbia in gloria, perché se per sbaglio finisce in compagnia del diavolo all’inferno non so cosa possa capitargli.
Il trauma, per me, è stato nettamente più forte della finale di Euro 2000 tra Italia e Francia. In quell’occasione ho pianto tutta la notte: avevo sedici anni, avevamo praticamente già vinto, la botta è stata forte. Ma, nel giro di un paio di giorni, superata. Quel 25 maggio maledetto non ho versato nemmeno una lacrima. Sono rimasto in maniera catatonica davanti alla TV spenta (di certo non avrei visto quel bastardo di Gerrard alzare la coppa al posto nostro), senza cena, con lo sguardo vitreo di chi ha subito un trauma dal quale non si riprenderà più.
E direi che un po’ è andata così. Chi dice che Atene due anni dopo ha cancellato la delusione di Istanbul dice un’altra bugia agli altri e a se stesso: Atene ha provocato attimi di puro godimento e scatenato istinti suini che non pensavo mi appartenessero, ma se qualcuno dice “Liverpool” la prima cosa che mi viene in mente è Istanbul. Non ce n’è. È lì. E resterà per sempre lì.

Resterà per sempre lì a ricordarci di come sia possibile avere la netta sensazione di tifare una squadra che ha le capacità di dominare il mondo intero, maestosa nella sua invincibilità e abbagliante nella sua bellezza, meravigliosa nella sua spavalderia e letale nel suo agonismo, e poi veder svanire tutto di colpo, come catapultati dal sogno di una vita all’incubo in cui non ci saremmo mai voluti trovare.
Sei minuti che hanno cancellato l’invincibilità e la bellezza, la spavalderia e l’agonismo. Il sogno che diventa incubo. Le urla di gioia che diventano urla di incredulità mista a disperazione.
Quella formazione, la nostra, resterà per sempre nell’Olimpo degli Immortali, ma per essere stati gli unici, così meravigliosamente forti, a farsi recuperare tre reti in una finale di Coppa dei Campioni o Champions League. Dida, Cafu, Stam, Nesta, Maldini, Gattuso, Pirlo, Seedorf, Kaká, Shevchenko, Crespo e poi Ambrosini, Serginho e Tomasson (non sono andato a controllare, ma sono sicuro al 100% che i 14 scesi in campo furono questi) quella sera giocarono la migliore partita della storia del Milan di Ancelotti, probabilmente la migliore prestazione di squadra che io ricordi di aver mai visto, eppure verranno per sempre ricordati come la squadra a cui il Liverpool riuscì a rimontare tre reti in sei minuti per poi vincere ai rigori.
È tremendamente ingiusto. Tremendamente doloroso. Non credo possa essere paragonabile a nessun’altra sconfitta sportiva. Il 5 maggio 2002 fu un’agonia durata 90 minuti, la festa si trasformò in ansia, e poi disperazione, piano piano. Non fu così immediata. Non fu così improvvisa. Non fu così inaspettata.

Io, la partita, un mese dopo l’ho anche rivista. Sarei bugiardo se vi dicessi che me la ricordo nel dettaglio. Ai tempi dicevo di averla voluta rivedere per analizzarla. Per capire. La verità è che forse volevo auto-punirmi per qualcosa. Non c’è altra spiegazione, altrimenti.
Sta di fatto che il trauma è stato talmente forte che non ne ho mai più parlato con nessuno. Prima di oggi, ovviamente, ché ne sto scrivendo su questo blog.
Maggio è sempre stato il “mese della memoria” per noi rossoneri. Tra il derby del 6 a 0, l’euroderby, le varie finali vinte, quella di Manchester, di cose da festeggiare ne abbiamo tante. Ma il 25, ogni anno, c’è questo giorno nero che dobbiamo affrontare e che ci intristisce gli occhi per ventiquattro ore. Proviamo a fare finta di nulla ogni volta, ma la verità è un’altra. E ci fa male.
E allora io vi dico, amici miei, abbracciamoci forte e vogliamoci tanto bene: il 25 maggio è solo un fottutissimo giorno all’anno. E tra tre giorni è il 28.

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frailmari

Trequartista nella vita. Si è ritrovato in panchina perché dio usa il 4-3-3. #Gourcuffer | #staymezzapunta | #slidismo
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