13 maggio 2003 – E voi restate a Milano

“Le quattro semifinaliste di Champions League sono le migliori d’ Europa? Quasi tutte: secondo me, il Valencia avrebbe meritato di essere qui. Il derby? Noi siamo sereni, l’Inter forse un po’ meno (Clarence Seedorf)

La città era immobile.
Mi ricordo che la tensione sul serio si respirava già nell’aria.
Ogni volta che si pensava a quella partita, e ci si pensava praticamente in ogni istante, ti prendeva un groppo in gola e ti si chiudeva lo stomaco.
Era tutto, quella partita.
In più, parliamoci chiaro, dall’altra parte del tabellone c’erano quelli con la discutibile maglia bianconera. Era l’occasione per entrare nella storia.

Prima o poi doveva capitare. Poteva succedere l’anno prima, quando Milan e Inter erano arrivate, ultime italiane rimaste in Europa, tra le ultime quattro di Coppa Uefa e Galliani, un po’ dispiaciuto davanti al sorteggio che le abbinava rispettivamente a Borussia Dortmund e Feyenoord, pensava che sarebbe stato bello offrire altri due derby al Meazza ai nostri tifosi”. Il derby ci sarebbe stato forse in finale, a Rotterdam, cosa che si augurava Moratti. Tomasson e Amoroso, però, avevano altre idee.

Mi ricordo che un mio caro amico, e, garantisco, davvero un caro amico, anche se interista, mi aveva rimediato il biglietto per quella partita. A ottanta euro. Che amico, direte voi. No, no. Per esserci a quella partita ne avrei spesi ottomila. Mi ricordo che fin lì la stagione non è che fosse stata granché. Si vedeva che poteva esser qualcosa di diverso dopo gli ultimi anni di assestamento. Mi ricordo che ai tempi ero elettrizzato per la venuta di Rivaldo e per quella di Nesta. In un caso è andata bene.

Prima del derby europeo, ma soprattutto prima della vittoria sull’Ajax che ha reso immortale Piccinini (“Vediamo se c’è tempo per un ultimo assalto…”), il Milan di Ancelotti non era ancora diventato il Milan di Ancelotti®: a tratti strabordante in Europa, ma capace di perdere a San Siro con l’Empoli in una partita dove Helveg e Ba si dividono, un tempo a testa, la fascia destra. Dopo quello 0-1 firmato da Di Natale sui giornali si scrive di Milan con le spalle al muro, di una squadra sbriciolata sotto il peso di numeri imbarazzanti; si arriva a proclamare il ritiro anticipato a Milanello, misura d’emergenza che sembra ben più adatta alla triste era di Inzaghi, mentre Galliani e Braida sorvegliano gli allenamenti. C’è chi parla di cessioni estive di Shevchenko, Rui Costa e Tomasson, di Ancelotti pronto ad andarsene: all’epoca, in fondo, il futuro collezionista di Champions League è, proprio come Héctor Cuper, un eterno secondo, un perdente di successo. Forse, se le cose fossero andate diversamente, di lì a qualche mese Del Neri o Tassotti avrebbero preso il suo posto e oggi ricorderemmo la grande Inter europea di Kallon e Recoba.

(No, questo è troppo anche per le più sfrenate distopie)

Il Milan non frequenta le semifinali di Champions dal 1995; i giocatori, a differenza di quelli dell’Inter, che hanno ottenuto da Moratti la metà degli incassi Uefa, non hanno ancora trovato un accordo sui premi. Al momento di scendere in campo per il derby più importante di sempre hanno incassato, grazie al superamento del turno preliminare con lo Slovan Liberec, quindicimila euro in buoni da spendere in negozi di elettrodomestici. Numeri che fanno girare la testa, direbbe quel gran cuore rossonero dell’ingegner Cane, quelli che invece sono in palio tra le due società: Un derby per giocarsi 50 milioni.

Ma torniamo alla partita. In porta, per quel derby di ritorno, non c’era Dida, alle prese con un guaio alla mano sinistra. C’era Abbiati. Di Dida mi stavo piano piano innamorando e iniziava a dare segni di cosa avrebbe combinato nei due anni successivi, parando cioè, qualsiasi cosa. Ero in Curva e avevo ancora negli occhi i salvataggi di Nelson nel ritorno con l’Ajax. Pazzesco, semplicemente pazzesco. In difesa mi ricordo Billy, Sandro, Paolo (mannaggia Paolo, che brutta idea perdersi Martins) e, se non ricordo male, Kaladze, che comunque nei derby si è sempre disimpegnato egregiamente. Solo due cambi rispetto all’andata, quando in un’atmosfera tutt’altro che serena Berlusconi, nell’intervallo, aveva esposto le sue idee in uno stanzino nei pressi degli spogliatoi, chiedendo a Galliani, Braida e Tassotti l’ingresso di Serginho al posto di Costacurta: sostituzione che non ci sarebbe stata e che Billy stesso avrebbe giudicato una delle cose più sbagliate che ci possano essere”.

A centrocampo Gattuso-Pirlo-Seedorf dietro a Rui. (A parte che a ricordare quel centrocampo e pensare a quello attuale mi viene il magone, manco vedessi un giovane olandese salutare uno stadio intero vestendo una giacca di renna e una camicia rosa). Non ho ricordo di cose particolari, mi ricordo un Gattuso assatanato, ma quello potrebbe valere anche per un Milan-Solbiatese. Mi ricordo che Gattuso aveva i capelli lunghi, sembrava un orco. Mi ricordo che Seedorf avva i capelli lunghi, con le treccine. Anche Pirlo aveva i capelli lunghi, e questo è normale, ma la barba non c’era, per la gioia, immagino, dell’allora Cavaliere Berlusconi.

Mi ricordo invece Sheva. Ecco, quella per me è la partita di Abbiati e di Sheva. Gli estremi, il fondamento su cui basare ogni squadra. Recentemente mi è stato detto: “Non mi far pensare a Sheva, mi fa ricordare quanto mi sentivo forte quando c’era lui in campo”. Ecco, non credo ci sia altro da aggiungere.

Avete mai visto questo? È un monologo di Giorgio Melazzi, una delle voci più importanti della scuola italiana di doppiatori nonché un ottimo one-man standing.

L’ultimo ricordo è il coro che partii dalla Curva (e che Curva!) sulle note di “perché è un bravo ragazzo”:

“Andiam a Manchester
Andiam a Manchester
E voi restate a Milano, e voi restate a Milano, e voi restate a Milaaaano
Andiam a Manchester”

Fu una serata epica. Anche adesso che ne sto scrivendo e sto ricordando, vi garantisco, ho la pelle d’oca.

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marcomaioli1

A dieci anni ha comprato la maglia di Ibrahim Ba. Non si è più ripreso.

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